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di Vittorio Galgano | ||||||||||||||||||||||||||||
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Vittorio Galgano
è seminar leader Ottantaventi. Nella società
attuale, dove la comunicazione è assurta a forza che genera e sviluppa
qualsiasi attività, saper svolgere una relazione chiara ed efficace, far
fronte ad un'intervista, acquisire fiducia e credibilità per le proprie
idee, non solo è un mezzo di affermazione personale, ma è soprattutto un
valido contributo all'efficienza. Infatti, in qualsiasi organismo sociale
un'elevata qualità di comunicazione influenza il livello dell'efficienza
operativa: nella scuola, in azienda e in qualsiasi altra istituzione. Spesso
mi è stato chiesto: "Qual è la peggior nemica della
comunicazione?" Ho sempre risposto: "La monotonia, perché chi si
annoia non ascolta". Fatta questa premessa doverosa, ecco le dieci regole che consentono di migliorare l'efficacia del discorso. Prima regola:
tra una parola difficile e una facile, preferire la seconda poiché è
comprensibile a tutti. Tra un verbo e un sostantivo, privilegiare il primo.
I verbi sono le parole più vigorose. Pertanto, invece di: "Fare
ginnastica ha influenze positive sul morale". È meglio dire:
"Fare ginnastica influenza positivamente il morale". Scegliere
sempre la forma attiva. Tra queste due frasi la seconda è migliore:
"L'assistenza dei nostri tecnici è usufruita gratuitamente dai
clienti". - "I clienti usufruiscono gratuitamente dell'assistenza
dei nostri tecnici". I concetti esposti con poche parole sono più diretti, chiari e memorizzabili. Un noto detto inglese dice in modo umoristico: "Chi usa cinque parole per un concetto che si può esprimere in quattro è capace di qualsiasi scelleratezza." Le frasi sono brevi quando sono composte da circa 18/20 parole. Terza regola: Scegliere espressioni non colpevolizzanti, ma liete. Al posto di: "Rimandando ne ritarderete i benefici" - Molto meglio: "Decidendo adesso ne godrete subito i benefici". Quarta regola: disporre correttamente le parole. Questo sembra ovvio, ma spesso capita di sentire espressioni ridicole di questo genere: "Questa razza canina mangia di tutto e adora i bambini." Ascoltando questa frase qualcuno potrebbe intendere che i bambini sono la pietanza favorita di quella razza di cani. Meglio: "Questa razza canina adora i bambini e mangia di tutto." Quinta regola: guardare, di volta in volta , con regolarità ogni parte del pubblico. Evitare di dare l'impressione, con lo sguardo, di rivolgersi a poche o addirittura ad una sola persona. Sesta regola: attenzione ai doppi sensi, se non sono fatti apposta. Un dirigente, durante una riunione aziendale disse: "Se oggi possiamo contare su un servizio assistenza di livello così elevato lo dobbiamo alla dottoressa Scarletti che si è fatta, con un programma di formazione di due anni, tutti i tecnici del nostro servizio". L'ilarità si fece generale e la dottoressa Scarletti diventò rossa come un ravanello. Settima regola: usare analogie per rendere più concreta un'idea. Cicerone diceva che le similitudini sono i lumi dell'orazione. Evitare però le analogie che potrebbero essere offensive per qualcuno. Espressioni del tipo: ignorante come un contadino, come un facchino o come un camionista non troveranno una gradita e simpatica accoglienza da parte dei componenti di queste categorie o dei loro familiari. Ignorante come un asino è una similitudine, anche se trita e ritrita, più precisa e diplomatica delle prime; l'asino, infatti, è assurto a simbolo di notevole ignoranza e testardaggine e non è nelle condizioni di poter avere dei risentimenti ed avanzare delle proteste. Per quanto riguarda la forza dell'analogia, ve ne faccio un esempio sublime. Il frate cappuccino missionario Guglielmo Massaia (1809/1889) per spiegare il Mistero della Trinità ad una tribù africana ricorse ad una similitudine con il sole. Disse: "Il sole è lassù nel cielo, lo vedi è una palla di fuoco; ma non lo puoi toccare; però viene a te la sua luce, e illumina tutte le cose in terra; e ti viene il suo calore che ti scalda e anche arrostisce e fa nascere e seccare le piante. Il SOLE, LA SUA LUCE, IL SUO CALORE SONO TRE, ED È UNO! " - Si può fare di meglio? Ottava regola: nel comunicare è bene, a meno di farlo di proposito, astenersi dal fare accenni, commenti, raccontare episodi o storielle su ceti sociali, gruppi razziali o credenze religiose, per non urtare la sensibilità di alcuni ascoltatori. Nona regola: sopprimere le frasi indisponenti. Sono tutte quelle con le quali l'oratore tende a mettersi in una posizione di netta superiorità. - "Per farvi capire meglio". Invece di: "Per rafforzare la chiarezza di questo concetto". Decima regola:
eliminare i segnali di chiusura. Gli oratori rovinano spesso l'effetto
finale del proprio discorso con un errore piuttosto comune: il preavviso di
conclusione. Tecnica che addirittura viene consigliata da sedicenti esperti
di comunicazione. Nulla di più sbagliato! Il preavviso di conclusione si
realizza tramite l'uso malaccorto di questo tipo di frasi: -"Ancora
poche parole e poi concludo". -"Per concludere dirò..."
-"Un'ultima riflessione e poi finisco". -"Ora, prima di
sedermi, brevemente vi comunico..." Tutto il pubblico accoglie con
sollievo questi segnali, perché spesso si tratta di oratori logorroici e
noiosi. I muscoli delle cosce si tendono e le natiche degli astanti, a
questi preavvisi, sfiorano ormai la superficie delle poltrone e tendono ad
elevarsi sempre più: "Bene andrò a fumarmi una sigaretta".
"Prenderò un caffé". "Grazie al cielo, la tortura é
finita!" - si dicono gli ascoltatori. Ma questi poveri ignari, non
conoscono appieno le notevoli, logorroiche, sadiche capacità di tortura di
tali oratori. Infatti, le brevi parole di conclusione, i pensieri finali di
costoro non hanno mai termine. E spesso é un giochetto crudele che ripetono
più volte. Come non essere odiati dal pubblico? La conclusione deve essere
breve e inaspettata. E quando l'oratore è veramente bravo l'uditorio si
dice: Conquista
il tuo pubblico con l'espressività
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